Angelo Calabrese

Napoli, Gennaio 1996

La scelta di un linguaggio artistico che vivifichi l’intuizione contemplativa in un ventaglio di sentimenti ispirati alla verità della meraviglia, che, da sempre e per sempre, la natura esercita nel comunicare la “scoperta” della vita, ha sollecitato Egidio Perna a inventare brani paesistici per illuminare i suoi spazi nella “durata” dell’intimità.

Si avverte nella ripresa, a memoria, o come più giustamente sottolineiamo, nel misto di percezione visiva (il visto e non perduto) e di gioiosità creativa (quel ritrovare in se stesso la pagina che meglio renda l’emozionalità sentimentale), una specie di solipsismo magico che trasforma il  frammento di visualità in idillio orchestrato in liricità cromatica.

E’ evidente la contraddizione tra realtà invivibile, oppressiva, caotica, e queste emergenze di “visioni-finzioni”, la cui magia epifanica allude alla realtà, ma intanto, contraendo dei segnali, comunicati nell’equilibrio che solo la natura sa trasferire in tutte le sue giustificatissime identificazioni, nell’emozione impressione che appartiene all’umanità, il fruitore si concilia con il mistero.

Il clivo, il bosco al margine della pianura fiorita, il prato, i silenzi che assonnano gli alberi,le gioiose processioni di corpose corolle, i petali gonfi e seducenti, la messa in posa di un’attrattiva apparente immobilità, sospesa per offrirsi tutta alla visione incantata, altro non sono se non mistero alla cui esca corre chi vuole farsi catturare dalla magia dell’allegoria e della metafora.

Egidio Perna è catturato dalle sue visioni, è preso per incantamento e libera l’accesso ai suoi luoghi d’incanto e di sottile malinconia perché nessuno sfugga alla loro estatica attrattiva. Echi di arcane lontananze, cipressi sottili e fontanili, echi d’acque che si lasciano seguire dallo sguardo che le perde dove spariscono, in un mistero non meno insondabile di quello della loro origine, fanno cogliere appieno il senso dell’idillio cui abbiamo accennato e avvertiamo la dolcezza di questa pittura rievocativa.

Intanto anche dove il senso della visione d’insieme assume una più chiara tensione espressionistica, resta solenne la condizione esistenziale: una risposta alla frenetica attività espressa con il distacco contemplativo, da cui non è estraneo anche un sentimento di ineluttabile rassegnazione che si riscatta solo nella naturalità della speranza: la vita rifiorisce, soli e lune si rinnovano alle albe e ai tramonti, le finestre spalancate sulle intense fioriture amplificano il respiro dei colori che variano, in ascesa, verso le alture che confinano con le nuvole.

Talvolta Egidio Perna sceglie il gioco favola d’ambientazione: quello è lo spazio naturale per l’avventura rinnovata, quella è la casa dove tutto può accadere, perfino di sognare l’impossibile, quello è il prato dei voli di fantasia, quelle le distese dei pensieri che gravano come presagi che li stimolano.

Perna è l’uomo di scienza che nella sensibilità naturalistica rovescia l’aridità quotidiana: la natura vive coerente con se stessa, tutta da riscoprire, da amare, da ritrovare con l’esplosione della meraviglia: gli spessori materici, le costruzioni plastico espressive sono volontà di ridare consistenza al respiro poetico; sentimento e ragione si conciliano, in intensità, nell’incanto di natura di cui non si perde la memoria.

La pittura diventa atto persuasivo a riconnotarsi nell’armonia visibile: che sia imminente il miracolo è la speranza